Onora il padre e la madre

“Sisto, quando hai capito che eri pronto ad avere un figlio?”

Domanda di un amico più giovane … abbastanza più giovane! Domanda a cui non ho risposto.

Perché io non mi sono mai sentito pronto a diventare padre, mi sono sempre sentito, e mi sento tuttora, ancora troppo figlio.

La penso come Edoardo Albinati che nel suo libro “Vita e morte di un ingegnere”, dice che lui non si sente un uomo, perché un uomo, semmai, era suo padre, mentre lui, finché camperà, sarà sempre, soprattutto, un figlio.

E quando mi succede qualcosa, esclamo ancora “Oh, mamma!” Come fanno tantissime persone. I sopravvissuti dell’avanguardia delle forze di terra delle truppe alleate nello sbarco in Normandia, che dovettero subire la dura reazione dei tedeschi, confessarono che la gran parte dei loro commilitoni, sotto il fuoco nemico, invocava la propria madre.

“E almeno, qualche consiglio per essere un bravo genitore?”

Di male in peggio … Io sto ancora cercando di capire come si fa a essere un bravo figlio, e se per questo, anche un bravo marito, un bravo fratello …

L’unico consiglio è provarci, mettercela tutta, tenendo presente una delle frasi con cui Kim Clark, allora Dean della Harvard Business School, congedò la mia classe il 6 giugno del 2002: “Nessun successo professionale può compensare un fallimento in famiglia”.

Provarci, con impegno e umiltà e con la speranza che, con un pizzico di fortuna, magari ci si riesce!

 

Pensare

“Da tutte le parti odo gridare: non ragionate! L’ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari! L’intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, ma credete!”

Questo era il grido di dolore del filosofo britannico, Immanuel Kant, nel dicembre 1784, in un’epoca in cui uno dei problemi era che la maggioranza della popolazione non aveva abbastanza informazioni e strumenti per comprendere la realtà in modo “illuministico”.

Adesso, sembra che siamo tornati al punto di partenza, ma a causa dell’eccesso, del sovraccarico di informazioni e di contenuti, che ci confondono e nei quali non riusciamo a orientarci. Troppi sono gli stimoli, sempre più sofisticati, che catturano la nostra attenzione, con scopi non sempre nobili.

Se mi state leggendo attraverso Facebook, avrete sicuramente notato come Facebook ci profili, tracciando i nostri Like e i nostri Post, proponendoci poi pubblicità mirate, magari strategicamente piazzate in alto a destra, sotto alle notifiche.

Troppo frequenti le distrazioni, troppo sovrabbondanti i contenuti, le opinioni, troppo poco il tempo per analizzare, decodificare, farsi un proprio punto di vista, pensare.

Una delle critiche più frequenti al nostro sistema scolastico è che non forma il pensiero critico. Ma come fare per sviluppare e mantenere un pensiero critico, e la capacità di ragionamento, in quest’epoca di overdose informativa?

Forse, per prima cosa, dovremmo iniziare a capire cosa cattura la nostra attenzione per scopi puramente pubblicitari, che nulla aggiungono alla nostra conoscenza. E poi, selezionare quello a cui prestiamo attenzione e che leggiamo … Ooops, può darsi che nel far questo, i miei siano tra i contenuti “tagliati” … Correrò il rischio!

The Amazon Effect and Trumpnomics

They call it the “Amazon Effect”. In less than 10 months, since October 2016, at least 4.000 malls and stores have gone out of business in the US, and the American retail sector as a whole has axed more than 100.000 jobs. The great malls, especially in the Midwest, are less and less crowded, as purchases increasingly move from physical to virtual marketplaces.

The counterargument is that the growth of the e-tailing sector compensates for the jobs loss. According to one estimate, 355.000 new jobs have actually been created over the last 10 years. According to another, less optimistic one, the new jobs are 178.000 in 15 years. Anyway, if you do the math, it is clear that the rate of the new jobs creation is much lower than that of the jobs loss. Furthermore, even though the new jobs are better paid, because mostly in the IT and logistics area, there is also a deep mismatch in terms of skills, and geography (the new jobs are concentrated in the big urban areas), and this makes the short-term pain even worse.

“It’s the technological progress, stupid.” Is it? Some say this is just the beginning of a new “de-industrialization era”, an earthquake which will send its shock waves through the World. Is it a further step towards the “Jobless Future”, dreaded by Martin Ford, or simply a new stimulus to Mankind creativity to solve complex problems?

Without trying to over-simplify an extremely complicated issue, I am just very curious to see how Mr Trump will react. Will he try some arm twisting with Jeff Bezos, as he did with the car manufacturers’ CEO’s? Will he launch a crusade against the electronic marketplaces, as he did against renewable energy, even pulling out of the Paris Climate Accord? Will he force the re-opening of desert malls, as he dreams to do with coal mines?

We live interesting times, as my friend and “digital entrepreneur”, Guido Meardi, likes to say!

Le persone del cuore

Pasqua 2007.

“Mi hanno offerto un lavoro a Fabriano.”

“Sei pazzo, non mi convincerai mai a trasferirmi lì.”

Pochi giorni fa siamo passati da Fabriano, dove Giuliana e io avevamo poi vissuto per sei anni e ho avuto la sensazione di rivedere un luogo del cuore, o meglio ancora … delle persone del cuore. Già, perché è vero che – come mi ha scritto una volta Anna Botta in una chat WhatsApp – a fare i luoghi sono le persone. E rivedere i miei “vecchi” amici mi ha scaldato il cuore più degli oltre 40 gradi all’ombra che hanno segnato il nostro breve soggiorno nella Marca.

La tappa successiva è ora Sorrento, popolata da tante persone del cuore, amici di sempre che magari vedi una volta l’anno, ma ogni volta è come non averli mai lasciati.

E più ci penso, più capisco che è così. Ogni luogo, compresa la mia tanto idealizzata America, persino ogni esperienza personale o anche professionale, mi è cara perché c’è almeno una persona che mi ha “addomesticato” (citazione da “Il Piccolo Principe”, forse non il più bello di tutti i libri, come mi chiedeva Monica d’Esposito su Facebook, ma sicuramente uno dei migliori).

“Papà, non è triste fare amicizia e poi magari doversi trasferire?”

Domanda di mio figlio che, a differenza mia che sono nato, cresciuto e “pasciuto” a Piano di Sorrento per i primi 24 anni della mia vita, è abituato da piccolo all’idea di doversi spostare ogni tanto.

E io via ad argomentare che sì, un pochino è triste, ma non per questo si deve rinunciare a legarsi alle persone e radicarsi in un posto, che la gioia dell’amicizia supera la tristezza dell’eventuale futuro distacco, che “anyone who has never really loved, has never really lived” (non mi ricordo dove l’ho letto, forse addirittura in un libro di Agatha Christie, ma fa tanta scena), e altri ragionamenti da 45 enne un po’ sentimentalista.

“Però, papà, poi è proprio bello avere amici in tanti posti. E’ come avere tanti posti in cui ti senti a casa.”

Ecco, non servivano tanti ragionamenti.

Il Paradiso … che noia?

Pare che il Paradiso, come se lo immaginano gli uomini, sia una gran noia. Quello dei cristiani dovrebbe essere una contemplazione infinita della Luce. Il Nirvana dei Buddhisti dovrebbe essere un’eterna e imperturbabile consapevolezza, senza dolore. Il paradiso dell’Islam dovrebbe essere, secondo alcune interpretazioni, un luogo di piacere puro e continuo, senza sofferenza.

Insomma, una noia. Il contrario di tutto ciò che normalmente dà soddisfazione nella vita, cioè la conquista dopo il sogno, il premio dopo l’impegno, il riposo dopo la fatica, la gioia dopo il dolore, le farfalle nello stomaco sulla montagna russa degli eventi, il poter dire: “Nonostante tutto, sono ancora qui, ce l’ho fatta!”

E’ questo, in estrema e mia personale sintesi, uno dei concetti provocatori espressi da Arthur Christopher Benson, poeta e scrittore inglese, in un suo scritto intitolato Escape, in cui mi sono imbattuto per puro caso.

Però non ha tutti i torti. Perché noi, che abbiamo tanto fantasia a immaginare le nostre vite, ne abbiamo così poca a immaginare quello che c’è dopo la vita? Forse, perché non ci vogliamo pensare troppo, come dice mia moglie, Giuliana? Forse perché pensiamo che di tribolazioni ne abbiamo già troppe e non ci rendiamo conto che sono quelle che danno sapore alla nostra vita? Non lo so, ma sapete che vi dico? In questo caldo agosto, avrei proprio voglia di un po’ di pace paradisiaca e nirvanica sotto un ombrellone, da vivo naturalmente. Benson, dal paradiso dove probabilmente è, mi perdonerà …

Leggere

Leggere. Puah! Attività di altri tempi, da intellettuali retrò. Anacronismo puro in un’epoca dove quello che conta è l’azione, il decisionismo, il machismo degli “uomini forti”, che non hanno tempo da perdere. A che serve leggere se quando non sai una cosa la puoi trovare su Google o Wikipedia, oppure impararla comodamente e velocemente da un tutorial su YouTube? No?

Io a leggere ho imparato da autodidatta (e anche a scrivere, infatti a 45 anni non so ancora scrivere nel rigo …) su una lavagnetta magnetica, regalatami da mia zia, a casa di mia nonna Maria, che inventava qualunque scuola pur di non mandarmi all’asilo, e tenermi a casa con lei. E così, tra un panino alla salsa di pomodoro e uno all’olio, ho iniziato a leggere i primi giornaletti di “Topolino”.

E a me leggere piace. Credo a tutti gli aforismi che si trovano sulla lettura, che chi legge vive mille vite, che chi legge viaggia senza partire, che leggere insegna a pensare … a volte pure troppo! E mi rattristano le statistiche che dicono che gli italiani leggono sempre meno, e che ci sono più aspiranti scrittori che lettori (come si farà a scrivere bene senza leggere …)

Leggere un libro per me è lanciarsi ogni volta in un’avventura, iniziare un viaggio imprevedibile, che non sai dove ti porterà, sfidare se stessi e le proprie convinzioni. Non è roba per i deboli di cuore. Leggere è per quando hai voglia di volare, di staccarti dalle catene della quotidianità, leggere è sentirsi … leggero!

Charlie

Lo ammetto, mi piace fare il tuttologo, avere un punto di vista su tutto. Ma non sulla tragica vicenda del piccolo Charlie Gard. Sono sopraffatto dal mistero insondabile del dolore dei genitori e dell’ingiustizia della vita nei confronti di una creatura incosciente e innocente.

Who are you and who am I to say we know the reason why? RIP, Charlie.